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Carte private in the hole (ossia nascoste) e carte comuni, è la formula del poker di nuova generazione. Quello più utilizzato del Terzo Millennio, s’intende. Una volta c’era solo lui, il gioco classico. Cinque carte coperte ciascuno. Al massimo, qualche telesina. Poi hanno iniziato a guadagnare spazio alcune versioni, e il mondo digitale ha dato il definitivo colpo del ko al passato, portando in auge su tutti il Texas Hold’Em. Non c’è solo lui. A togliergli sempre qualche adepto (più di uno in realtà), è un’altra variante delle celebre gioco a cinque carte, l’Omaha, nato a Detroit negli anni ’70.
Piccolo buio, e grande buio. La logica è la stessa. Chi ci sta, e chi no. Quindi quattro carte e giro di flop. Chi punta, chi rilancia e chi lascia. È ora il momento delle tre carte comuni, e in sequenza poi, una del Turn e l’ultima del River. Nove in carte in tutto di cui quattro in mano e private, più cinque comuni. Di queste, bisogna obbligatoriamente tenerne almeno due delle proprie fino anche a quattro, e di conseguenza dal mazzo si va da un massimo di tre a un minimo di una. L’Omaha dà più chance al giocatore, ma anche illusioni. Si può avere “provvisoriamente” un Colore, ma all’ultimo giro di River, rendersi conto che per farlo ci sarebbero bisogno di quattro carte sul tavolo, ossia una di troppo. L’Omaha sembra in apparenza più facile del Texas Hold’em. Non lo è. Dà più chance, ma non è detto che nell’economia di una partita sia un vantaggio. Per capirlo, bisogna solo giocarci.
Con l’Omaha c’è più gusto nell’azzardo del Texas Holdem. La ragione è semplice. Con quattro carte in mano, di cui almeno due obbligatoriamente da tenere, le possibilità di combinazioni sono infinitamente più alte del collega pokeristico, e questo ovviamente vale per tutti i giocatori in gara con conseguente aumento delle difficoltà. Lo stesso bluff appare un discorso a se stante. Nel Texas Hold’em spesso si rinuncia a giocare nella fase di pre-flop. Nell’Omaha, a meno proprio di carte talmente sconclusionate e distanti da far gridare alla congiura divina, prima di alzare bandiera bianca, vale almeno la pena di arrivare al flop. Lì, con sette carte totali, si può iniziare a ragionare e comprendere le effettive possibilità o meno di una buona mano. Per qualcuno nel Texas Holdem, aver azzardato un flop, può significare una perdita di denaro. Nell’Omaha può essere l’inizio di una grande impresa.
Tralasciando le due ultime fasi di turn e river, rispettivamente quarta e ultima carta in comune, con tutte le 4 carte in mano e le 3 comuni di flop, le puntate dei giocatori iniziano a farsi rivelatrici. Avere una maggiore disponibilità di carte conferisce fiducia e rischi in egual misura. Quello che succede a me può succedere anche ad altri. Bluffare non è facile nell’Omaha perché è più facile che gli avversari abbiano qualche combinazione intrigante con cui replicare. Nell’Omaha una sparata alta non basta a far scappare i pokeristi del tavolo. Ancor più complesso il sistema del bluff in una delle varianti dell’Omaha, il Hi-Lo.
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